giovedì 2 marzo 2006

Considerazioni attorno alla fotografia panoramica (piccola guida introduttiva alla mostra)

 

La fotografia naturalistica e in particolare quella di montagna è stata, nell'ampio mondo dell'immagine, il mio primo amore. Portare con me la macchina fotografica durante le escursioni tra cime, valli e boschi è come unire il dilettevole al dilettevole. Da sempre niente mi gratifica e mi regala sensazioni catartiche come l'andar per monti; Fotografare mi permette di portare a casa un pezzo di quei momenti, un frammento di quelle sensazioni senza in effetti depredare la natura delle sue ricchezze. E' come andare a caccia ma senza fare male nessuno o andare per funghi lasciando tutto al proprio posto. Il fotografo naturalista ha il singolare privilegio di passare in un luogo, arrichirsene e lasciare il luogo come l'ha trovato, in alcun modo depauperato.
 
La fotografia in montagna racchiude in se tantissimi aspetti; dalla macrofotografia di un fiore o di un insetto alla fotografia di appostamento agli animali. Naturalmente, tuttavia, la prima necessità che sente il fotografo in montagna è quella di catturare i grandiosi paesaggi che si possono scorgere solo in questi luoghi; Il susseguirsi incessante di vette e creste, pinnacoli di roccia e piramidi innevate che si può scorgere dalla cima di una montagna elevata; Lo snodarsi di un sentiero per una verde valle punteggiata di alberi e di baite. Queste e migliaia di altre situazioni.
 
Il problema qual'è? Il problema è che in quasi nessun caso si riesce a trasportare l'ampio respiro di un paesaggio dentro gli angusti confini di una fotografia senza bloccarne appunto il "respiro". Un fotogramma taglia senza appello il mondo che va al di la dei suoi confini. Lo cancella dalla realtà che si crea nella mente di chi lo guarda. Ovviamente ci sono fotogrammi e fotogrammi, il 3:2 è migliore del 4:3 e ancora meglio è il 16:9. Ma anche il più rettangolare dei formati, come l'antico, appunto, "panoramico" di alcune macchine a pellicola, risulta comunque troppo angusto, a mio modo di vedere per molti paesaggi. Perchè il bello di un paesaggio in montagna è proprio che i confini sono sfuggenti e la vista spazia in ogni dove giovandosi proprio di questa mancanza di limiti, abituati come siamo, noi creature cittadine, a non conoscere più cosa sia l'orizzonte. Il nostro sguardo incastrato tra palazzi e cemento, l'immensità del cielo relegata a poche feritoie lasciate libere dalla crescita verticale della nostra giungla urbana.
 
Non basta avere quindi un grandangolo spintissimo ai limiti del Fish-Eye e nemmeno il più allungato dei formati fotografici, ci vuole un altra soluzione. Ai tempi della pellicola sono state inventate delle macchine fotografiche apposite che giravano in automatico su un cavaletto mentra in sincro la pellicola girava all'interno del suo alloggiamento. Il risultato era perfetto ma il metodo era scomodo e costoso. Anche in questo campo però l'avvento del digitale ha causato una rivoluzione. Adesso tramite l'utilizzo di numerosi software (io ne uso una decina) si possono unire singole fotografie digitali in un unico panorama esattamente delle dimensioni che più ci aggradano. Ottenere un risultato perfetto non è sempre facile perchè esistono problemi di parallasse, di esposizione e via dicendo, ma, finalmente, i paesaggi riacquistano il loro "Ampio respiro" e guardare la realtà che ti si "srotola" di fronte per quanto bidimensionale sia, regala all'osservatore la stessa visione che aveva il fotografo (o per lo meno ci si avvicina come non mai).
 
Le fasi da affrontare una volta che tornati a casa dall'escursione ci si appresta a cominciare la postproduzione si definiscono: Aligning, Equalizing, Overlapping, Warping,  Blending, Stitching e infine Rendering. Un processo che a seconda del software può essere più o meno automatizzato. Alcuni programmi sono veloci anltri lenti, qualcuno estremamente facile, qualcunaltro oltremodo complesso. Nessuno però è perfetto e la soluzione migliore rimane quella di integrarne più di uno, a seconda del panorama che si vuole ottenere, sfruttando i lati positivi di ogniuno di essi. La sostanza è quindi che "panoramizzare" in maniera professionale resta un processo in qualche modo manuale (e ne regala la soddisfazione) e il computer per quanto sia indispensabile è solo un utile strumento nelle mani della creatività del fotografo.
 
In certi casi, per esempio quando mi trovo in vetta a una montagna e magari non ho molto tempo per restarvi non faccio altrò che scattare fotografie in ogni direzione, solo in un secondo tempo quando sarò a casa, unendole, sceglierò le inquadrature, l'angolo di visuale, il soggetto del panorama. Il fotografo di panorami ha quindi, in qualche modo, l'unica esigenza, una volta che si trova in un luogo meritevole, di "mappare" fotograficamente la zona. L'aspetto creativo verrà in un secondo momento, quando comodamente davanti al computer sceglierà che cosa della zona fotografata entrerà nei famosi "confini del fotogramma" e cosa no.
 
La libertà d'azione è massima. Nulla vieta per esempio di comporre un 360° completo. In genere lo faccio sempre dalla vetta delle montagne, il luogo che più di ogni altro permette allo sguardo di spaziare appunto per tutti i trecentosessanta gradi. Non sono però un amante dei panorami troppo lunghi. Certo hanno un valore descrittivo, "didascalico" potremmo dire, nel senso che ti permettono di vedere tutto ciò che potreste vedere se realmente foste li; si tratta veramente di trasferire l'intera visuale di un luogo in un unica immagine. Dal punto di vista artistico però in un panorama così lungo viene a mancare un aspetto fondamentale della creatività del fotografo e dell' "appeal" di una immagine fotografica, ovverosia l'inquadratura. L'abilità di un fotografo sta in gran parte in quello; nel trovare l'inquadratura che rende il soggetto maggiormente interessante per l'osservatore, distribuendo i "pesi" all'interno dell'imagine in maniera corretta. In un 360 gradi l'abilita di distribuire in maniera piacevole i soggetti all'interno dell'inquadratura viene meno perchè nell'inquadratura è compreso 'tutto' e di conseguenza viene meno anche il piacere che si ha osservando un immagine con un equlibrio azzeccato e un taglio originale. Trovare la lunghezza giusta di un panorama è quindi una questione di equilibrio dell'inquadratura tra la necessità di abolire i confini troppo angusti del Frame per avere l'impressione grandiosa di un paesaggio e nel contempo la necessità opposta di conservare il più possibile l'esistenza di un "taglio" che giustifichi un approccio artistico all'immagine che vada quindi al di la della semplice raffigurazione di luoghi. I Panorami della mostra hanno angoli di visuale compresi tra i 72 e i 300 gradi.
 
Non bisogna poi dimenticare che la "Panoramizzazione" o più in generale la possibilità di unire via software una serie di scatti digitali è soltanto un mezzo a disposizone della creatività e il panorama orizzontale di un paesaggio è solo il più ovvio dei possibili utilizzi. Niente vieta per esempio di creare un panorama verticale, magari per fotografare un gigantesco albero troppo grande per stare in una foto o perchè no fare un "pano-macro" unendo una serie di fotografie ravvicinate che permettono, per esempio, di mappare in un unica lunghissima immagine la fila indiana di migliaia di piccole formiche che indaffarate percorrono la strada tra il formicaio e una fonte di cibo. Questi sono solo esempi, tra l'altro sempre all'interno della fotografia naturalistica, di utilizzare lo "Stitching", come gli inglesi chiamano questa tecnica, in una maniera un po diversa. Ma le applicazioni possibili sono infinite. Questa mostra vuole essere solo un approccio al mondo delle immagini panoramiche e quindi, a parte un paio di stitching verticali, presenta solo panorami paesaggistici "classici". Potrebbe essere divertente in un secondo momento realizzare una mostra che metta in luce approcci più originali ed artistici a questa tecnica.

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